Gli eventi tragici che stiamo vivendo che stiamo vivendo in Europa, interpellano anche la nostra responsabilità di credenti. La testimonianza di Etty, giovane ebrea scomparsa nel campo di Aushwitz il 30 novembre del 1943, Illesum può rappresentare un interessante approccio di fede
“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini dopo immagini di dolore umano.
Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per domani, ma anche questo richiede una certa esperienza.
Ogni giorno ha già la sua parte.
Cercherò di aiutarti affinché tu non sia distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente in me, e cioè, che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi.
L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi, mio Dio. Si, mio Dio, sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita.
Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi.
E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza; tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi difendere fino a l’ultimo la tua casa in noi.
Ci sono persone ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezza, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo.
Dicono: ‘me, non mi prenderanno sotto le loro grinfie’. Dimenticano che non si può essere sotto le grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia.
Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio”.
Signore Dio, ti chiediamo di essere fedeli come Gesù, così che possiamo cantare la tua pasqua insieme a tutti i poveri e gli oppressi. Sii benedetto nei secoli. Amen
Mi sembra che il Salmo 22(21) sia il riferimento principale del racconto della Passione del Signore. Per questo, ritengo utile che la meditazione di questa domenica si concentri su di esso.
SALMO 22 (21)
1 Per il maestro del coro. Su «Cerva dell’aurora».
Salmo. Di David.
2 Dio mio, Dio mio
perché mi hai abbandonato?
lontane da te, mia salvezza
le parole del mio ruggito,
3 Dio mio, grido di giorno e non rispondi
di notte non c’è tregua per me.
Salmo 22
4 Eppure sei tu il Santo
e presiedi le lodi di Israele,
5 in te hanno confidato i nostri padri
hanno confidato e tu li hai salvati
6 a te gridavano ed erano liberati
sperando in te non restavano delusi.
7 Ma io sono un verme, non un uomo
un rifiuto umano, disprezzato dal popolo,
8 chiunque mi vede mi schernisce
storce le labbra, scuote la testa:
9 «Si rivolga al Signore, lo liberi
lo salvi se davvero lo ama!».
10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo
tu, mia speranza fin dal seno di mia madre
11 fuori dall’utero a te fui affidato
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
12 Non starmi lontano, l’angoscia è vicina!
nessuno che mi sia di aiuto,
13 mi circonda una torma di tori
mi accerchiano gli indomabili di Basan
14 contro di me spalancano le loro fauci
come un leone che sbrana e ruggisce.
15 Io sono come acqua versata
sono slogate tutte le mie ossa,
il mio cuore è cera fusa nelle mie viscere
16 la mia gola inaridisce come un coccio
la mia lingua si attacca al palato
tu mi deponi su polvere di morte.
17 Mi circonda un branco di cani
una banda di malfattori mi accerchia
ah! le mie mani, i miei piedi
18 posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi osservano e mi scrutano
19 tra di loro si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica tirano la sorte.
20 Ma tu, Signore, non starmi lontano
mia forza, vieni presto in mio aiuto
21 preserva la mia vita dalla spada
il mio unico bene dalle unghie del cane,
22 salvami dalle fauci del leone
dalle corna di bufali inferociti.
Tu mi hai risposto!
23 io annuncio il tuo Nome ai miei fratelli,
ti lodo in mezzo all’assemblea.
24 Voi, adoratori del Signore, lodatelo
glorificatelo, discendenti di Giacobbe,
veneratelo, discendenti di Israele.
25 Perché egli non ha disdegnato
né disprezzato l’umiliazione dell’umile
a lui non ha nascosto il suo volto
invocato da lui, lo ha ascoltato.
26 Tu ispiri la mia lode nella grande assemblea
mantengo i voti davanti a chi ti teme,
27 i poveri mangeranno e saranno saziati
loderanno il Signore quanti lo cercano:
«Il vostro cuore sia saldo per sempre!».
28 La terra si ricorderà e ritornerà al Signore
si prostreranno davanti a lui tutte le genti,
29 perché al Signore appartiene il regno
è lui che ha potere sulle genti.
30 Davanti a lui si prostreranno i potenti
si curveranno quanti scendono nella polvere,
ma io vivrò per lui.
31 Una discendenza servirà il Signore
si racconterà di lui alla generazione futura
32 al popolo che nascerà si annuncerà la sua giustizia
l’azione che lui ha compiuto.
***
Una personalità spiccata presenta a Dio e ad Israele la sua situazione di sofferenza, sofferenza che si manifesta soprattutto nel sentirsi abbandonato da Dio.
Abbandono e lontananza sono, in sintesi, le ragioni del soffrire acuto e spasmodico dell’orante.
Il salmo appare a noi chiaramente articolato in tre parti:
il lamento – vv. 1-20
la liturgia di ringraziamento – Tôdah
la visione messianica
La prima parte richiama certamente un livello di interesse maggiore rispetto alle altre due. Qui il soffrire è decisamente esplosivo, lacerante, travolgente.
Non si vorrebbe mai sentire parole come quelle del salmo, se non altro per evitare solo di pensare che tanta sofferenza possa un giorno riversarsi su di noi. Al solo pensiero emerge in noi stessi qualcosa di inaccettabile. Forse siamo disponibili anche a soffrire, ma qui è presentato un “soffrire molto”, senza dignità, secondo un’alienazione pianificata scientificamente. Il testo richiama la tragedia della shoah con tutta la difficoltà di dire Dio dopo Auschwitz. Meglio rimuovere.
Stride, sin dall’inizio, questo rivolgersi a Dio col possessivo “mio”. Ciò rende più acuto il dolore della lontananza. Perché, in fondo, è questo il tema attorno al quale ruota il resto: sto male perché sei lontano! La categoria del “grido –urlo” attraversa tutta l’esposizione della situazione.
È un grido che fin dall’inizio viene paragonato al ruggito. In quell’essere s’è accumulato una miscela di disperazione, dolore, rabbia, aggressività, sfinimento.
A descrivere quest’insieme di cose sono messi in campo parecchi gruppi simbolici. Prima di tutto quello zoologico: verme, leoni, tori, bufali selvaggi, cani da caccia.
La spada evoca invece un apparato poliziesco – militare di persecuzione.
La simbologia sociale dei nemici, di quelli che spiano la caduta s’aggiunge alla drammaticità del racconto.
La dimensione fisiologica rende molto efficacemente lo stato d’animo interiore: gola secca, perdita di vigore, mani e piedi legati, dimagrimento fino a contare le ossa.
Infine, pure l’intervento degli esecutori testamentari (spartiscono i vestiti, quel poco che resta) pongono in essere in ante prima un destino di morte.
Come abbiamo detto, l’abbandono e la lontananza da Dio sono i motivi che attraversano, come un filo rosso, tutta la parte di lamentazione. A ben guardare, il salmista non chiede il prodigio di una guarigione. Egli chiede soprattutto che Dio gli sia vicino, che non sia lontano, che continui a fargli da partner. Purtroppo questo non riesce a constatarlo.
Tale solitudine, non solo provoca la morte per disperazione, ma rende la situazione veramente atroce in quanto colui che soffre è costretto ad assistere al proprio graduale, lento, eppur inesorabilmente progressivo morire goccia a goccia. Insomma, una situazione in cui è possibile alimentarsi solo di urla ed incubi.
Per la verità, esiste qualche tentativo di uscirne, per così dire, per via teologica, facendo cioè appello ad un’esperienza positiva di Dio:
“Tu sei santo e siedi in mezzo alle lodi d’Israele. In te hanno confidato i nostri padri, hanno confidato e tu li hai posti in salvo. A te gridarono e furono liberati, hanno confidato e non restarono delusi.”
…” Sei tu che mi hai estratto dal grembo materno, mi hai protetto fin dal seno di mia madre; a te mi sono appoggiato fin dalle viscere materne, dal grembo di mia madre tu sei il mio Dio”.
Ma, se da un lato potrebbe essere considerato una sorta di memoria che si fa al Signore affinché, ricordando quello che di buono ha operato in passato, agisca anche ora in termini di salvezza, dall’altro, almeno nei vv. 4-5, non è difficile scorgervi una sottile ironia: Tutta questa prosopopea sulle tue azioni salvifiche dove è andata a finire?
Ad ogni buon conto, i toni drammatici non risparmiano esclusioni di colpi. Il grido raggiunge tutti gli anfratti del dolore, fino alla caduta nel punto morto inferiore. È qui che l’orante tenta per l’ultima volta d’invocare una possibile via di salvezza: “Salvami dalla gola del leone, dalle corna dei bufali selvaggi”.
Peccato che il testo liturgico ometta un particolare che invece troviamo al versetto 22b: “Tu Mi rispondi!”. Forse sembra un particolare abbastanza trascurabile, visto che in seguito il salmista apre una cosiddetta liturgia della Tôdah, del ringraziamento. A mio avviso, non ci sarebbe alcuna ragione di ringraziamento, o almeno nessuna connessione con la seconda parte, senza la particolare finale del v. 22.
Da un punto di vista logico il “Tu Mi Rispondi” o il “Tu mi hai esaudito” non sta in piedi. Ma proprio questa assenza di legame logico rende estremamente interessante il passaggio.
Non ci troviamo qui di fronte ad un dolore che gradualmente conosce un passaggio dal buio alla luce. La sofferenza è totale ed essa precipita fino al punto morto inferiore. Qui c’è buio, abbandono, silenzio e lontananza. Ma è proprio nel punto di massima distanza che si realizza la massima vicinanza.
Quando il dolore raggiunge il suo limite estremo, può approdare alla chiusura più assoluta o può aprirsi e sprigionare delle energie insospettate. Tutto ciò non corrisponde alla logica ma ad aspetti reali dell’esperienza.
Il salmo non testimonia alcun rimedio di fronte al soffrire, nessuna strategia per renderlo più sopportabile. La Parola di Dio ha un tale rispetto per l’uomo che soffre, da guardarsi bene dal dare consigli o spiegazioni!
Molto probabilmente, quello che il salmista ha trovato nel colmo della sua disperazione è stata un’intuizione forte che gli ha fatto scoprire, non la lontananza, ma una nuova vicinanza di Dio. Forse ne ha addirittura intuito un volto nuovo, differente: “No, egli non disprezza, non respinge l’umiliazione dell’umiliato, egli non vela le sue facce lontano da lui; alla sua invocazione verso di lui, egli intende”.
La seconda parte del salmo, come abbiamo detto, è una liturgia di ringraziamento. Tôdah è una parola che significa grazie. Più precisamente, ringraziare secondo la cultura del tempo comportava raccontare ad altri il bene ricevuto da una persona: racconterò ad altri la benevolenza che hai usato con me.
Entriamo quindi in una liturgia dove la persona prende contatto con altre persone, con l’assemblea. Ecco allora che il sofferente allarga il suo orizzonte: c’è lui, ma ci sono anche gli altri. Forse la principale via d’uscita dalla tragicità della sofferenza sta proprio in questo mettersi in contatto con gli altri.
Ma più ancora, è appunto la dimensione liturgica che ci permette di raccogliere l’esperienza di dolore o di contraddizione, che in genere segna la storia dei più, e maturare, alla luce di questa condivisione allargata, un a prospettiva nuova su se stessi, sugli altri e su Dio. La liturgia ha proprio la prerogativa di anticiparci i cieli nuovi e la terra nuova, ovvero di farci vedere la storia, non dal punto di vista delle evidenze immediate, ma da quello del suo compimento.
In altre parole, al colmo della sua sofferenza, il salmista ha scoperto di non essere solo né l’unico a portare avanti la fatica del vivere. Proprio per questo egli può uscire dal suo isolamento e mettersi in contatto con altri affinché dal dolore nasca una nuova realtà, una nova solidarietà.
A questo proposito, è interessante che la liturgia della Tôdah si concluda con un pasto di comunione proprio tra poveri, vale a dire proprio tra persone che si sono trovate in difficoltà di fronte alla vita: “Gli umili mangiano e si saziano. Lodano Jhwh Adonai, i suoi adoratori. Viva il vostro cuore per sempre!”.
Nella terza parte, per quanto possa essere considerata un’aggiunta successiva, risulta di grande interesse che il redattore ultimo l’abbia voluta accorpare a quanto precede.
Ora, l’apertura non è solo in senso relazionale, verso altre persone, l’assemblea appunto, ma in senso addirittura universale, sia in termini geografici che etnici: “Tutti i confini della terra…tutti i clan delle nazioni”.
Quando il dolore esce dalle strette del ripiegamento su se stesso, non solo diventa capace di nuovi legami con altre persone: l’assemblea, i poveri ecc.; non solo diventa capace di nuove solidarietà (i poveri mangeranno e si sazieranno), ma si perviene anche ad una visione sulla storia secondo il disegno di Dio. Il tutto è visto come manifestazione della sua regalità e, quando Dio regna, la bibbia ci dice che l’uomo è Signore. “Si, ciò che egli ha fatto!”.
Quando poi il dolore umano prende consapevolezza di essere partecipe dell’opera di Jhwh Adonai e non da essa estromesso, il buio del tunnel è già finito.




















































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